| Luigi Trucillo | |||||||||||||||
| Poesie amorose | |||||||||||||||
| Lo straniero | Vergine con bambino | Fugaci a noi stessi | Essere alla mano | Dove parli | Nessuno | Tu | La grande via | ||||||||
| Un favo trasparente carico di api e miele. |
Tra un viso e l’altro tutto è lento, vengo da seimila miliardi di cellule e mi ci sono voluti tanti anni per capire che ogni luce dorata è un sole ereditato. Nel museo Benaki su Bisanzio il faccia a faccia frontale delle icone è assediato da un frinire di cicale, e il legno delle figure vive, colmo di giallo, perché il dentro è il fuori di un bisogno inarrestabile di scambio. Vista alla luce di una mattina greca l’umiltà è una materia proteiforme... Forse ho ormai troppi anni, o pochi per le icone, ma guardando i bambini in braccio alle madonne vedo per la prima volta che sono mostri, feti, scimmie, o E. T. precursori. E nella mostruosità metafisica del figlio capisco finalmente Kafka, e il tuorlo fuso con l’oro che assorbe ogni ritardo come se fosse il mio, o un gene ancora aperto. |
Lo sguardo è un soffio, ma chissà perché in ogni rapporto c’è sempre un punto da fissare fuori cornice. Ciò che cerchiamo contempla la fonte e il cristallino con tutta la mutevolezza delle gocce: quando cambia il quadrante dei venti e le certezze dormono con la testa sulle gambe della nostra infinita adolescenza ciò che ci orienta è la direzione dei tuoi occhi (accesi, sperduti dentro i tergicristalli di una storia) che luccica sulle assicelle dei ricordi come il barbaglio della pioggia. |
Man mano che invecchio e divento miope riesco a immaginare soltanto ciò che tocco. Le mani dicono che ho lo sguardo di giada. E anche i ricordi migrano nel tatto come in una primavera dalle dieci facce diverse che risparmia alla pelle il gelo irreale del distacco. |
Dove parli resta una traccia o uno sbaffo viola fermo nell’aria come una voglia di prugna. Alcuni lo trovano illogico (ma la logica non è la mancanza di voglia di alcuni), sostengono che la parola non è un frutto e quindi non ha bucce, ma se la polpa fosse nuda chi ascolterebbe? I colori che vestono i tuoi suoni quando parli ascoltano anche per i sordi tutti i frutteti del mondo, come il blu del bisbiglio, il rosso della ciliegia, il verde della conoscenza e perfino l’acino dorato del sì, il tuo più dolce. Così adesso che è inverno e sei lontana, scrutando gli alberi che tacciono spogli penso che solo quello che non capiamo a volte ci cambia fino in fondo. |
Nessuno, nessuno testimonierà sulla scomparsa di un altro, salvo Ulisse. Nessuno lo vedrà dileguarsi fioco sul mare senza ritornare alle orme di agnello che animavano l’isola dei suoi cipressi. Sono laconiche le viscere che si aprono al largo, e inaudite. Divinano il furore dei secoli. |
Polpa di luce da sgorgare, e un infinito compito che alcuni chiamano grazia, e altri debito. Per tutto quello che arretra a offrire uno spazio capisco la grandezza del tu, nascosta in uno scrigno magico. Dentro di noi si spengono faville che un temporale arriverà a riaccendere: le cose non sono mai quello che sembrano, almeno finché non ci sporgiamo dal punto che segna il nostro limite. Così nella dolcezza dell’orto mattutino fammi guardare dov’eri, tu che sai nascere sempre dagli altri: cominciare è tutto, e bisogna scrollare i ricordi come rami per riuscire a sparire dentro i frutti. Perché proprio come il viavai delle ciliegie Ogni persona è un prologo. |
L’alone che è intorno alle cose e mescola le immagini: ecco un orizzonte mobile per parlare di te e dell’eredità dell’incertezza, il dono che mi offri vivendo dove tutto inizia e mai si compie nel possibile, là dove le vetrate che tremano ci insegnano a passare in un aspetto trasparente dell’amore. Accanto a te ciò che mi afferra mi regge con tutti i nomi diversi che le fonti dell’aria insegnano agli specchi, e l’elemento indiretto e incomprensibile che sorge dallo spostarsi verso un altro diventa il bisogno vitale che respiro. |
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| DIALOGUE | |||||||||||||||