Disàmare in volo: su “Tacere fra gli alberi” di Nanni¬†Cagnone
di Antonio Devicienti
   
Devicienti   Tacere fra gli alberi di Nanni Cagnone (Coup d’Idée, Torino 2014) sembra possedere una struttura che, aperta dal titolo, viene chiusa con un icastico verso che è identico al titolo stesso, riaffermandolo: Sí, tacere fra gli alberi (p. 61); questo fatto esplicita l’idea che Cagnone ha della poesia, la quale può manifestarsi proprio in dialogo con il silenzio o, meglio, con lo scegliere il silenzio quale argine fecondo per la parola poetica, quale suo inveramento e punto d’arrivo, ma non annullamento, come si potrebbe semplicisticamente ritenere, né come ingenuo e sterile guardare alla cosiddetta ineffabilità che genererebbe il silenzio: il silenzio esiste invece come necessario polo del dire e viene espresso con un verbo (tacere) che implica un’azione e una scelta. Proprio “Il silenzio, soggetto del dire” di Discorde¬†(La Finestra Editrice, Lavis 2015, p. 25) viene definito “un dono” a pagina 39 dello stesso volume. O si potrebbe anche affermare che la lettura, inaugurata dal titolo, porta, col suo procedere, a quell’accettazione finale, adulta e consapevole, del tacere fra gli alberi, ma promettendo, comunque, una nuova tappa futura del discorso poetico. “Guardo la foresta miniaturizzata d’un capitello corinzio, che non cresce né diminuisce. Poi mi rivedo, irragionevolmente felice, tra gli alberi” (ibidem, p. 34) è dato leggere in un testo collocabile tra il 1965 e il 1977, ritrovandovi così una continuità dell’idea che gli alberi costituiscano luogo accogliente e di alto magistero, ché Nanni Cagnone è persuaso del fatto che, dovendo la poesia essere “una distratta conseguenza” del vivere, essa non debba occupare, ossessiva, l’intero orizzonte intellettuale e psicologico di un essere umano, ma venir nutrita dall’esistere, non come un parassita che succhia e annulla la vita , bensì come un momento nel quale la bellezza dell’essere vivi viene confermata ed espressa.
L’andamento poematico del libro, che può essere letto sia come testo strutturato in strofe ognuna di differente durata, sia (anche tenendo conto del fatto che ogni strofe è numerata) come una raccolta di testi poetici relativamente brevi senza titolo, rafforza questa mia convinzione di lettore, per cui, come già due capolavori quali The Book of Giving Back (Edgewise Press, New York 1998) e Il popolo delle cose (Jaca Book, Milano 1999), le risultanze della poesia di Cagnone sembrano essere dei poemi (insieme con quelle opere che sarebbe limitante chiamare traduzioni) capaci di affiorare dall’inesausta ricerca condotta dall’autore, alimentandola, proprio nei momenti di apparente silenzio poetico, delle sue letture e dei suoi studi che investono vari ambiti della conoscenza. Anche Tacere fra gli alberi è infatti il limpido risultato di un lavorio intellettuale instancabile e instancato.
   
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