Alessandra Paganardi
Monogramma

ad Antonia Pozzi

   
   
I

Il tempo firma il bianco della fronte
come il morso di un angelo
spaventa la radice dei capelli
si appende nella gola

Da piccola inseguivo le parole
erano loro a correre sul foglio
– gli occhi stavano fermi
granuli azzurri scappati dal cielo –

la chimica testarda del carbonio
non si stancava di rifare mondi
dove non ero stata mai prevista

li ritrovavo tutti in quel quaderno
tra la fronte e le dita - sempre nuovi
ibridati
  II

Ho richiuso la porta del giardino.
Il sentiero sorride alle montagne
come i binari al niente
laggiù - sul lato sud della città

Quante volte ho portato oltre il cancello
i miei fianchi farciti di luce
il sole mi crollava tutto addosso
e si faceva grave

mi aspettava la terra
alta delle montagne
un padrone di casa – lo splendore –

mi sentivo al riparo sulla croda
era la spalla sicura di un padre
il silenzio sulle giostre di notte
era la quiete intatta d’un grembo
impossibile
  III

Le parole mi fermentano in bocca
sono cristalli d’argento nel fango
bisognerà aspettare
che scappino dall’alto come fuochi
di San Lorenzo – aspettarle pazienti
con stupore d’amante che sorveglia
la gioia di una donna

sospendere la mano sopra il foglio
solo un attimo prima
perché ogni sillaba vi nasca viva
interrogare dal fondo del nero
la scena muta dell’alba

  IV

Non c’è niente più buio
del male di parole

La parola abita mondi strani
rappresi nelle pagine di un libro
è una città senza la pelle attorno
mette radici nelle vene

a volte è neve sotto le mie suole
mi sorprende di notte
con un sole piantato in mezzo agli occhi

o riposa al mio fianco
silenzioso clochard nella sua culla
di coperte e di scarpe straniere

è male d’universo
questo mal di parole
  V

Lentamente il suo volto
scardina il mio pudore
è una conquista d’occhi
randagi fissi altrove

la gioia mi cammina sulle labbra
lo guardo mentre dorme
ha braccia di granito e di palude

l’odore dei suoi sogni
riempie di terra i solchi fra le nuvole
e le stagioni passano
mentre il cielo s’inclina

  VI

Riempio le mani con mazzi di sole
il caldo ride
sazio sotto la pelle

La gioia custodita nei miei fianchi
l’ha disserrata il sonno
la cucinano i fiori –
mi risveglio in un sogno di libri
e di parole

E lui sarà mio albero
dono della sontuosa primavera
di un attimo
  VII

Il cemento corteggia la campagna
la rincorre affamato d’amore
entra nelle sue ossa
invade il fresco delle risorgive

il parto è qui
un prodigio di secoli immobili
un canto fatto pietra

le tombe fuori campo
degli annegati eretici
e dei benefattori inconfessabili

provo pena per questo dio di marmo
ci attira in una trappola di gioia
ci dissecca come binari morti
invidioso di noi
  VIII

In ogni istante dorme la sua ombra
il doppio fondo scuro
bello soltanto da dimenticare

Amo le tazze un po’ sbrecciate
le loro crepe familiari
dicono la fatica incandescente
dei tramonti nel chiuso di un solstizio

bevo a sorsi la luce prigioniera
giro attorno alla scheggia d’argilla
come quando sul secco del torrente
ripetevo il mio sogno d’autunno –

e passava la mente come un volo
  IX

Il baco fa più bella la sua mela
riempie di carne morbida inattesa
quella sfera annoiata di sole

dal ramo non sospetti la ferita
poi tocchi il frutto e lo senti più grave
più fragile come per troppa vita

e già ti viene tolto
quello stare sospeso dentro un niente
tra l’arco e la sua freccia

hai nostalgia della nota perfetta
l’attimo prima del suono
  X

La tua schiena mentre t’allontani
è un trapezio di marmo
che conserva i pensieri
nella forma intangibile del cerchio

e la felicità vista di spalle
mare rinchiuso sul naufragio
si rimargina come una ferita
non potrà più far male

ho fermato il tuo passo nello scatto
ridente una grondaia
apre le braccia alla pioggia
per la rondine nuova la sua sete
  XI

Cammino dentro il vuoto dei tuoi passi
orme che avvolgono le mie
gonfie di neve attorno come un ventre
gentile

sei la bussola tesa alla sua cima
sotto un cielo affamato
che annuncia già al mattino la sua sera
lontana
  XII

Ci ha tagliati la notte
becco sbrecciato di cicogna scura
alta sopra i tralicci

fra un platano e una scalinata d’aria
disarcionare l’ombra
prima dell’alba dalle troppe dita

città di mangrovie impazzite
da questo ponte che non è più viaggio
ma soltanto stupore d’asfalto

nel fondo dei tuoi occhi
si è rovesciato un golfo di domande
ci ha incollati la notte
al debito insoluto d’assoluto
all’addio condonato – alla rapace
vorace vita
  XIII

Ma tu stammi attraverso parola
nell’orbita da geco dei risvegli
senza riparo
stammi non vista alle spalle
abbraccio per la mente che rovina
nell’implacabile ora prima

restami spalancata nella bocca
dello stupore dell’amore della cena
buona di quando si è bambini
restami libro amico
rifugio caldo di ogni carta da gioco
scompaginata

confìccati nel fianco parola
come dopo una corsa
si fa stella il dolore
rimani non più io non più voce
non più corpo invadente
che per essere sempre
vuole essere solo
 
GUESTS